A CARLOMAGNO NON FAR SAPERE QUANTO È BUONO IL PECORINO CON LE PERE

1962
pecorino con le pere

Memorie di Adriano

di Adriano Gallevi

Ogni tanto, per rompere con l’ortodossia tecnica che informa la gran parte degli scritti che compaiono su questo blog, ci permettiamo qualche divagazione, sempre riconducibile ai temi trattati, però.

Questa volta scomodiamo Carlomagno, le cui immagini conservate nel Museo Vaticano e in quello di Cluny di Parigi, lo mostrano come un vecchio patriarca aureolato di prestigio imperiale.

Carlo-Magno-imperatore-Da giovane, racconta il suo biografo ufficiale Eginardo, era un bel ragazzo, bruno, robusto e di statura superiore alla media. I suoi unici difetti erano la voce un po’ stridula, il collo taurino e una certa tendenza alla pinguedine, che propiziava anche un appetito gagliardo, ma scevro da ghiottoneria (ed io soggiungo: Carlomagno nomen nominis? Non lo sapremo mai: i biografi tacciono su ciò.)

Si sa però che mangiava sodo ma semplice.

Come carne, preferiva quella di porco; ma i suoi gusti erano piuttosto vegetariani. I suoi pasti consistevano soprattutto di aglio, cipolla, cavoli e fave.

Questi piatti contadini (eravamo anni-luce lontani da Masterchef….) però, se li faceva servire al tocco e al vespero, da Duchi e Conti, in funzione di camerieri, e su piatti d’argento: noblesse oblige!

E ciò non per amore di etichetta, di cui era, anzi, impaziente; ma per ribadire, anche a tavola, che il padrone era lui.

E qui veniamo a noi.

Il biografo Eginardo racconta che uno dei giorni più felici di Carlo fu quello in cui scoprì il FORMAGGIO.

Fu un Vescovo (e ti pareva) suo amico che, invitandolo a colazione un venerdì, gli offrì una forma di pecorino.

Carlo, che non lo aveva mai visto, ne staccò una fetta, rosicchiò una buccia, la trovò disgustosa (Rubino doveva ancora nascere….) e andò su tutte le furie.

Il Vescovo ebbe il suo daffare a calmarlo e a persuaderlo che il buono era la polpa.

Quando l’ebbe assaggiata, Carlo se ne mostrò deliziato e da quel giorno guai se alla sua mensa mancava quel dessert (e particolarmente, penso io ma il biografo non lo dice, se era il tempo delle fave di cui era ghiotto): se lo portava al seguito anche nei viaggi.

Lo stesso biografo non fa menzione del fatto che il Vescovo avesse indotto l’imperatore a gustare il pecorino con le pere.

Due sono i fatti: o il Vescovo non conosceva ancora l’abbinamento o, cosa più probabile, stante la carenza di materia prima, si teneva per sè questa delizia…

In compenso era astemio, cosa rara tra quei Franchi, strenui tracannatori di vino, che prendevano a pretesto anche i morti per brindare alla loro anima e ubriacarsi.

Carlo, anzi, combattè questo costume col puntiglio di un proibizionista quacchero, mise al bando le sbornie e comminò la galera ai contravventori (e questo lo rende un po’ meno simpatico….).

La sua vita domestica aveva dei lati bizzarri e perfino sconcertanti.

Amava l’intimità e la sera cenava sempre con la moglie, i figli e il confessore che gli recitava i salmi e i brani della “Città di Dio”, suo libro preferito.

Non dormiva con la moglie e si teneva per casa un certo numero di amanti (il che lo rende un po’ più simpatico….).

Era religioso, ma non bigotto.

Tra le sue tante occupazioni vi era anche quella della sua privata amministrazione.

Già, perché questo Re di mezza Europa, era squattrinato e doveva fare i conti col proprio bilancio personale.

Per “quadrarlo”, aveva messo su un verziere, un allevamento di polli e pecore e un commercio di uova e formaggio, il cui reddito gli serviva per mantenere le sue tre residenze: Heristel nel Brabante, Worms sul Reno e Aquisgrana in Austrasia (ce li vedete voi, oggi, Gigino, o Matteo, o Giuseppe, ecc. che allevano polli? Piuttosto li spennano….).

Viaggiava come un pellegrino povero, su un semplice carro tirato da buoi, portandosi al seguito il poco bagaglio che poteva (ma in cui c’era sempre una cassa di pecorino maggengo, precisa il cronista) e alloggiando sotto i tetti che trovava, di contadini, o di frati (dove sapeva che si sarebbe ben mangiato e bevuto, aggiungo io….).

Raccomandava a tutti di educare bene i loro figli: le femmine, diceva, dovevano imparare il rammendo e il bucato; i maschi il nuoto, la caccia, l’equitazione e, soprattutto, a leggere e a scrivere.

Questa era la sua spina nel fianco, il suo lato patetico.

Carlo, che la sera andava presto a letto, dovunque si trovasse, ma soffriva d’insonnia, trascorreva spesso la notte compitando l’abbecedario e cercando di capirne le lettere. Ma inutilmente.

Questo genio della politica e della guerra, ch’era riuscito a conquistare mezzo mondo, non riuscì mai a conquistare l’alfabeto.

A furia di sentirseli ripetere dal confessore, imparò a memoria i salmi; e li cantava anzi abbastanza bene perché, se la voce era stridula, l’orecchio era buono; e arrivò anche a recitare a memoria molti brani della “Città di Dio”.

Sebbene fino alla tarda vecchiaia seguitasse a trascorrere le sue notti a fare le aste, la soddisfazione di scrivere e leggere da sé non l’ebbe mai (mi sorge il sospetto, sentendoli parlare, che qualche politico possa aver letto la storia di Carlomagno…..).