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Che fine hanno fatto le alici di Menaica

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alici di menaica

Tra restrizioni UE e tonni liberi di fogacitarle, le alici del Cilento sono ormai in via di estinzione

Era il 1986, Giovanni Cammarano aveva solo 16 anni e quell’anno costruì la sua prima barca “misurava 5 metri e per molti anni è stata utilizzata per la pesca con la lampara”.

L’ha costruita a mano col suo seghetto, senza uso di energia elettrica, “ci ho messo tutto l’inverno, al mattino dovevo comunque andare a scuola”.

Perché a Pisciotta, nel cuore della Costiera Cilentana, le barche si sono sempre fatte cosi, con il legno e a mano, ed era necessario che qualcuno sapesse farle per un paese che della pesca ha sempre fatto la sua risorsa economica.

“L’autostrada prima era il mare e le marine i luoghi di scambi commerciali” e anche Pisciotta, quindi, era così con il lavoro di tutta la sua comunità che ruotava intorno alle alici e alla sua lavorazione.

Per questo Giovanni, oltre ad andare alla scuola normale, è voluto andare anche a scuola dai fratelli Fariello, Vito e Vincenzo “avevo dodici anni, finivo in classe e andavo da loro”.  Il sogno era costruire le barche, con un apprendistato, il suo, fatto di gesti, calcoli, detti, segni geometrici e istinto, tutti a formare quella scienza esatta delle costruzioni navali.

“Quando sono andati in pensione, durante gli anni ‘80 hanno ceduto a me la loro attività e sono diventato maestro d’ascia negli anni ‘90”.

Non è un ruolo inventato, né un nome d’effetto, è il codice della navigazione a riconoscergli questo titolo come parte del personale tecnico addetto alle costruzioni navali, insieme a quello di ingegneri e costruttori, “mi consente di costruire imbarcazioni fino a 150 tonnellate”.

L’ascia di Giovanni in realtà, però, non è davvero un’ascia, assomiglia di più a una zappa affilata, con una forma ricurva e morbida “serve per sbozzare i componenti curvi di un’imbarcazione in legno”.

Prima di usarla, però, ha già tutto in mente “si parte da un modello e poi si passa al taglio del legno” che va ricercato nel bosco, “si cercano per lo più stortami”, come li chiama lui, cioè quelle parte naturalmente ricurve. “Si usa il gelso per costruire le ordinate”, che sta per la struttura stessa dell’imbarcazione composta dal madiere e dallo staminale, e una volta costruita l’ossatura si passa, poi, alla fasciatura “e per questa si utilizza, invece, la quercia”.

E dopo aver raccolto tutto si innesta un mix di scienza e tradizione con il taglio che deve avvenire durante la fase lunare calante “così il legno sarà più secco e meno soggetto a muffa”.

A poco a poco, nelle sue mani che odorano ancora di pece, quel legno si trasforma e diventa coperta, tuga o longheroni, fino a che, integra non galleggerà nel mare.

“Prima però mettiamo una croce sulla prua” affidandosi così alla fede per tutta quella parte non controllabile dal sapere umano che, a seconda dei casi, può chiamarsi imprevisto, destino o forza maggiore.

Giovanni nella sua vita ha costruito una trentina di barche, è rimasto l’ultimo maestro d’ascia di Pisciotta, ma di lavoro oggi ce n’è ben poco anche per lui. La sua ascia è stata sostituita da pialle elettriche e strumenti di precisione, con il porto della sua città che continua a riempirsi di barche in resina in un mare che è diventato una mescolanza malinconica di quello che c’era un tempo e oggi non c’è più.

Perché, la verità, è che le barche che fa Giovanni non servono più. Le sue servivano soprattutto per la pesca tradizionale delle alici di menaica.

Con i suoi gozzi si andava a vela tagliando i venti al largo della costa del Cilento in cerca di alici. Se lo ricorda bene Mimmo Caiazzo, ristoratore cilentano, che di pescati arrivati su quelle piccole imbarcazioni ne ha visti passare così tanti al punto tale che “mi sento anche io un pescatore nel sangue”.

“E’ di notte che si fa la prima calata, ma la rete resta al mare non più di un paio di ore” continua Mimmo, “una volta alzata la rete non bisogna mai mettere i pesci nel ghiaccio, perché durante il tragitto già perdono gran parte del loro sangue e lo shock termico del freddo gli impedirebbe di defluire, mentre è proprio questo il segreto di quella carne tenera e sugosa che si avverte una volta addentate”.

Dalle mani di chi le ha pescate quelle stesse alici passano, poi, alle prime luci dell’alba, in quelle sapienti delle donne del mare, che iniziano a lavorarle. “Le mettono sotto sale e lì restano per 90 giorni per poi essere disposte in vasetti di terracotta, alternate agli strati di sale”.

Oggi, però, sia le mani di quegli uomini che di quelle donne sono ferme e quei gozzi sono rimasti solo quattro nel porto di Pisciotta che equivale a dire, allora, che la tradizione delle alici di menaica sta tutto sulle spalle di quattro stanchi e vecchi pescatori.

I divieti imposti dall’UE

Sarebbe più facile dire che questo è un lavoro per vecchi, ma la verità è che questo non sarà più un lavoro e basta non tanto per volontà di scelta, ma perché le licenze per questa pesca sono ormai vietate.

È un paradosso, ma è così. Con i vincoli della comunità europea che anziché incentivare restringono ancora di più le maglie di quella rete, la menaide, equiparandola alle reti ferrettare, alle spadare e alle palamitare, già da tempo soggette al divieto comunitario.

“Le maglie delle nostre reti non hanno nulla a che vedere con queste” si infervora Mimmo e ha ragione da vendere “sono abbastanza larghe che all’interno si intrappolano solo i pesci più grandi lasciando passare quelli piccoli”.

“È nata per prendere solo alici da mettere sotto sale, in una menaica non ci arrivano le tartarughe né i delfini o pescispada” che è stato, poi, il motivo che ha portato al bando le altre reti.

Ma nella nomenclatura della marina mercantile alla lettera M manca, però, la dicitura menaica e, alla fine, pure lei è entrata nel mare magnum della ferrattara o della spadara messe al bando dall’Unione Europea che, nei fatti, però, neppure sa cosa sia la pesca delle alici con la menaica.

Così “tutte le vecchie licenze sono state rottamate” con grandi contributi economici ai pescatori siciliani e calabresi.

In pochi hanno deciso di tenersela visto che questa pesca antica e tradizionale da presidio slow food, qual’ è dal 2011, è passata per i seggi europei, invece, ad anatema “è una contraddizione” eppure è così con il rischio che a breve “alici esaurite” saranno i primi cartelli a comparire di fronte alle nostre pescherie.

I divoratori di alici: i tonni

“Ma poi non si pesca neanche assai ultimamente”. Troppi tonni che si mangiano tutti i pesci, alici comprese. E anche qui sembra che l’amo più grosso sia proprio dell’UE che, se dapprima aveva bloccato la pesca del tonno del Mediterraneo per consentirne di nuovo la sua riproduzione, oggi stabilisce un rialzo delle quote per la sua pesca che sembra giocare comunque al ribasso.

Un sistema, questo, che costruisce e distrugge al pari: con flotte di tonni che rompono le reti dei pescherecci e spazzolano via tutte le acciughe intrappolate.

E’ una conservazione della specie che assume, poi, tratti paradossali se dopo tutto questo sacrificio reciproco tra tonni liberi e sardine annientate, quel che resta, poi, non è neppure a beneficio del nostro Bel Paese, con gli italiani ridotti a mangiare tonno in scatola e il 90% del tonno pescato nel Mediterraneo che va a finire in Oriente.

H2: In Italia non mangiamo pesce italiano

Se non bastasse, poi, una volta arrivati a terra la lotta impari continua.

“Questa pesca si fa solo a maggio e giugno. Quando l’annata è buona in tutto sono pochi quintali di alici pescate”.

Ma c’è tutto un sottobanco di chi spaccia la menaica con alici che vengono dall’Egitto o chissà da dove, incentivati dalla pesca a strascico che prende tutto e se lo prende quando vuole.

“Pure le lampare sono scomparse perché ci vogliono sette, otto pescatori per una notte di pesca e bisogna assicurarli” costi, questi, vista la poca redditività delle alici pescate con la menaica, che nessun armatore riesce più a sostenere.

Quando è troppo è tutto troppo poco

Insomma, a Pisciotta sembra stia diventando davvero tutto “troppo”.

Troppo difficile pescare con i divieti europei, troppo incerto con le continue razzie dei tonni e pure troppo poco redditizio.

Ci sarebbe da deporre le asce, come quella di Giovanni o da abbassare le veli di quei pochi gozzi ancora rimasti, eppure, il sole è di nuovo calato, Giovanni torna a casa dopo la sua giornata di lavoro, le case sul litorale sono luci spente, in lontananza il profilo di una piccola barca che si allontana dal porto, è una di quelle quattro ancora rimaste, che nonostante il “tutto” continua a crederci.