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Sussidi all’agricoltura: a chi servono davvero?

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Settant’anni di spesa pubblica, un settore che si è ridotto ai minimi termini, e una proposta radicale: fine dei sussidi, prezzo giusto per la qualità, il mercato decide chi resta.

Roberto Rubino

1. La situazione di partenza: un prezzo unico nato quando aveva senso

A partire dagli anni Cinquanta i paesi occidentali hanno costruito attorno all’agricoltura un impianto di sostegno pubblico senza pari in nessun altro settore economico — finanziamenti diretti, prezzi minimi garantiti, protezione doganale — con un obiettivo dichiarato preciso: mettere i produttori in condizione di reggere il confronto internazionale.

Quell’impianto si costruì su un presupposto che, all’epoca, non era affatto arbitrario: che il prezzo delle materie prime agricole fosse unico e uguale per tutti, fissato da un meccanismo — la borsa merci, in Italia gestita dalle Camere di Commercio — pensato per beni fungibili, dove una tonnellata di grano di una data categoria è, ai fini dello scambio, indistinguibile da un’altra tonnellata della stessa categoria. Negli anni Cinquanta questa fungibilità non era un’approssimazione grossolana ma una descrizione abbastanza fedele della realtà: il modello intensivo era agli inizi, e la forbice qualitativa fra un produttore e l’altro, dentro la stessa categoria merceologica, era relativamente contenuta. Il prezzo unico e il sostegno pubblico nascono, in altre parole, insieme e per lo stesso motivo: un mondo abbastanza omogeneo da poter essere descritto da un solo numero.

2. Settant’anni e molti soldi dopo: il bilancio

Il bilancio di questi settant’anni si può leggere su tre piani, e nessuno dei tre conferma che l’impianto abbia funzionato secondo l’obiettivo dichiarato.

Il primo piano è la spesa, che non si è mai fermata. La PAC resta oggi la più grande politica di spesa comune dell’Unione Europea: 386,6 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 (291,1 miliardi di FEAGA, fino a 270 destinati al sostegno diretto al reddito; 95,5 miliardi di FEASR per lo sviluppo rurale). È vero che la sua quota sul bilancio comunitario è scesa nel tempo — dal 70-75% degli anni Ottanta, al 42% del 2010, al 37% del 2017, a meno del 25% oggi — ma questo calo relativo dipende soprattutto dalla crescita del bilancio UE nel suo complesso (nuovi Stati membri, nuove politiche), non da una riduzione della spesa agricola in termini assoluti: in valore nominale il bilancio agricolo UE resta nell’ordine di 55-60 miliardi l’anno, stabile da oltre un decennio.

Il secondo piano è quello delle aziende, crollate. I dati Eurostat più solidi disponibili coprono il 2005-2023: in diciotto anni l’Unione Europea ha perso 5,6 milioni di aziende agricole (-39%), l’Italia circa 500.000 (-27%, da 1,8 a 1,3 milioni). Su un orizzonte più lungo — dagli anni Sessanta, quando in Italia si contavano oltre 4 milioni di aziende — il calo è nell’ordine di due terzi o più.

Il terzo piano, quello della produzione, è il più interessante perché almeno dagli anni ’70 la produzione si è mantenuta sempre al di sopra della domanda di circa il 2%, e questo nonostante la continua mortalità delle aziende.

3. Le conseguenze: qualità, paesaggio, sapori — e una ricerca che ha smesso di guardare la materia prima

Da questi tre piani discendono in linea diretta le conseguenze: la pressione verso il basso del livello qualitativo, perché chi compete sul prezzo in un mercato sussidiato non ha incentivi a competere sulla qualità; lo spopolamento dei territori montani e marginali, dove il modello intensivo non regge e il sostegno per ettaro non compensa la minore produttività; lo svuotamento e la monotonia del paesaggio agrario, conseguenza dell’omogeneizzazione varietale e colturale che accompagna l’intensificazione.

Last but not least, la ricerca scientifica e tecnica applicata al cibo si è concentrata sulla tecnica di trasformazione, non sulla materia prima. Nell’olio si parla di tecniche di estrazione, filtri, miscele — quasi mai della cultivar di olive e di come è stata coltivata; nella birra industriale il luppolo e il processo di fermentazione sono raccontati in dettaglio, l’orzo resta un ingrediente anonimo. È un’osservazione settoriale, non un dato statistico, ma è coerente con tutto il resto: se il prezzo unico rende invisibile la qualità della materia prima sul mercato, è comprensibile che anche la ricerca smetta di occuparsene, e si concentri su ciò che il prezzo di mercato premia davvero — l’efficienza del processo.

E nel frattempo, a chi va il sostegno pubblico che dovrebbe tenere in vita il settore? La Commissione Europea conferma, con dati 2022, che l’80% del sostegno va al 20% delle aziende, perché i pagamenti restano calcolati principalmente per ettaro e premiano chi possiede più terra, non chi produce meglio o ne ha più bisogno. Negli ultimi anni la PAC ha introdotto correttivi proprio per attenuare questa concentrazione — un pagamento redistributivo che sposta oltre il 10% dei pagamenti diretti (circa 4 miliardi l’anno, il doppio del periodo precedente) dalle aziende più grandi a quelle piccole e medie, l’obbligo per gli Stati membri di rimettere in circolo almeno un altro 10% in questo senso, e pagamenti degressivi che riducono il sostegno per ettaro oltre certe soglie — ma la logica di fondo, il pagamento legato alla superficie, resta la stessa: i correttivi attenuano la concentrazione, non la eliminano.

4. Anche i ricchi ci guadagnano: il vero nodo dei prezzi bassi

Se l’effetto aggregato di tutta questa spesa è tenere bassi i prezzi dei beni alimentari, il beneficio non è selettivo: ne godono in egual misura le famiglie a basso reddito e quelle ad alto reddito, mentre il costo — la spesa pubblica necessaria a sostenerlo — è a carico di tutti i contribuenti, inclusi i produttori stessi. È un sussidio universale e indifferenziato al consumo, travestito da sussidio alla produzione: si spendono decine di miliardi l’anno, si peggiora la qualità media, si spopolano le montagne e si appiattisce il paesaggio, per garantire cibo a basso prezzo anche a chi potrebbe permettersi di pagarlo al suo valore reale.

Paradossalmente, il capitalismo ha attivato e gestito per settant’anni una forma di «comunismo reale» nei campi: il prezzo unico, indifferente al livello qualitativo, dà corpo — senza che nessuno lo abbia dichiarato — al celebre principio marxista secondo cui a ciascuno va assegnato secondo i suoi bisogni, indipendentemente da quanto ha effettivamente prodotto o da quanto vale davvero ciò che ha prodotto.

Lo stesso meccanismo, applicato su scala globale attraverso le grandi borse merci internazionali (Londra, New York, Chicago), spiega perché anche i paesi poveri restino incastrati in uno stato di sottosviluppo da cui non riescono a uscire. L’economista norvegese Erik Reinert — prima imprenditore in Italia, poi dal 2004 docente di Economia dello sviluppo alla Tallinn University of Technology, in Estonia — è probabilmente, fra gli economisti contemporanei, quello che ha insistito di più sul ruolo delle materie prime nello sviluppo dei popoli. Nel suo libro più noto, «Come pochi paesi sono diventati ricchi e perché gli altri rimangono poveri» (Castelvecchi, 2007), la tesi centrale è che non tutte le attività economiche sono uguali: esistono attività a rendimenti crescenti — tipicamente la manifattura avanzata, dove innovazione, apprendimento tecnologico ed economie di scala fanno salire nel tempo produttività e valore aggiunto — e attività a rendimenti decrescenti, tipicamente l’estrazione e la produzione di materie prime agricole e minerarie, dove il margine di miglioramento tecnico resta intrinsecamente limitato. Riprendendo l’economista tedesco del XIX secolo Friedrich List, Reinert osserva che gli stessi paesi oggi più ricchi — Inghilterra e Stati Uniti in testa — si sono sviluppati proteggendo a lungo le proprie manifatture nascenti, per aprirsi al libero scambio solo una volta raggiunta una posizione di vantaggio competitivo: il libero scambio, nella sua lettura, conviene solo fra paesi a un livello di sviluppo comparabile, mentre imposto a paesi ancora specializzati in materie prime tende a inchiodarli in quella specializzazione. È una critica diretta alla teoria ricardiana del vantaggio comparato, che tratta tutte le merci come equivalenti e ignora che specializzarsi in materie prime, a differenza che nella manifattura, non genera nel tempo la stessa capacità di crescita, di apprendimento e di innovazione.

Reinert, però, si concentra sulla natura dell’attività — materia prima contro manifattura — non sulla qualità della materia prima in sé: nella sua analisi un raccolto è un raccolto, a prescindere dal suo livello qualitativo. È qui che il nostro argomento aggiunge un livello che il suo non prevede, e lo estende: la stessa logica del prezzo unico descritta nella sezione 1 si applica anche dentro la categoria «materie prime», su scala planetaria, attraverso le grandi borse merci internazionali. Quando in un paese povero esiste davvero un raccolto di qualità differenziata, il premio che meriterebbe viene catturato quasi sempre a valle — nella tostatura, nel marchio, nella distribuzione — nei paesi ricchi, perché il prezzo di riferimento alla borsa resta quello generico della categoria merceologica. È lo stesso «prezzo unico» della sezione 1, applicato dalla borsa merci di paese alla borsa merci del pianeta: non basterebbe uscire dalla trappola delle materie prime indicata da Reinert, bisognerebbe anche smettere di trattarle come fossero tutte uguali. Una tendenza collegata, anche se distinta dalla tesi di Reinert, è nota in economia come ipotesi di Prebisch-Singer: il declino di lungo periodo dei prezzi delle materie prime rispetto ai manufatti, che riduce nel tempo il potere d’acquisto dei paesi esportatori di materie prime — un tassello indipendente, ma convergente verso la stessa conclusione.

Non tutte le materie prime, del resto, sono uguali nemmeno sul piano produttivo, ed è una differenza che vale la pena rendere concreta. Soia e mais sono l’incarnazione dell’intensivo: circa il 75% della superficie mondiale a soia è OGM, e Brasile, Stati Uniti e Argentina insieme coprono l’81% della produzione mondiale, quasi tutta su scala industriale; per il mais, negli Stati Uniti oltre il 90% della superficie è geneticamente modificata, e la produzione mondiale resta concentrata in pochi grandi paesi esportatori. Il riso, che pesa quanto o più di loro nell’alimentazione mondiale, è all’estremo opposto: si stima che l’80% delle persone che vivono di risicoltura nel mondo — circa 115 milioni — sia composto da piccoli agricoltori, soprattutto in India, Indonesia, Bangladesh e Vietnam, che non potrebbero raggiungere quel livello di uniformità industriale nemmeno volendo. Eppure soia, mais e riso vengono scambiati sugli stessi tipi di borsa merci, a un prezzo di riferimento altrettanto generico: la categoria «materie prime» appiattisce differenze che non sono solo di qualità, ma di modello produttivo.

Il caso del caffè è ancora più istruttivo, perché lì la classe di qualità esiste già, misurabile da decenni: la Specialty Coffee Association assegna un punteggio da 0 a 100 attraverso un assaggio standardizzato, e sopra gli 80 punti un caffè è classificato «specialty». Eppure il prezzo di riferimento resta quello del cosiddetto «mercato C», il future dell’Arabica scambiato a New York: un prezzo generico di categoria, al quale qualità, origine e certificazioni si aggiungono come premio sopra la base, senza sostituirla — lo stesso «prezzo unico» applicato al caffè. E alla fine della catena, al bar, la situazione raggiunge l’assurdo. Salvo rarissime eccezioni, i bar hanno un solo caffè, il consumatore non può scegliere e il costo è uguale tutto l’anno in tutti i bar della città. Cosa sappiamo del caffè? Che esistono due varietà: arabica e robusta. Tutto qui!

Segnalo, per onestà, che i dazi europei verso i paesi poveri sono solo metà del problema: le eccedenze sussidiate europee (zucchero, latte in polvere) esportate a prezzo scontato hanno storicamente depresso anche i mercati locali nei paesi in via di sviluppo — la stessa logica del prezzo basso che danneggia, non protegge.

5. Perché bisogna cambiare rotta

Ecco perché non serve a nessuno continuare a dare soldi ai produttori per tenere basso un prezzo che non riflette il loro lavoro né la qualità del prodotto. Non serve ai produttori, che restano dipendenti dal sussidio invece di essere pagati il giusto. Non serve ai poveri, che ricevono cibo a basso prezzo ma di qualità sempre più mediocre. Non serve nemmeno ai ricchi, en passant beneficiari dello stesso prezzo basso, anche se potrebbero permettersi di pagare per la qualità reale. E non serve al paesaggio, alla biodiversità, ai territori marginali, che pagano il conto dell’omogeneizzazione senza essere parte del beneficio.

Quello che rende oggi possibile un cambio di rotta che nel 1950 non lo era è che due condizioni sono cambiate: sappiamo che il livello qualitativo è molto diverso all’interno della stessa categoria di prodotto (il prosciutto crudo ne è l’esempio più chiaro); e sappiamo anche come misurarlo, su basi scientifiche — resa per ettaro, biodiversità del suolo, complessità metabolica del prodotto finito. Il prezzo unico del 1950 era una descrizione imperfetta ma accettabile della realtà di allora. Oggi è una finzione mantenuta in vita dalla spesa pubblica.

6. La prova che si può smettere: la Nuova Zelanda

Il precedente della Nuova Zelanda vale come prova empirica, non come modello da copiare punto per punto, e per questo lo teniamo separato dalla diagnosi e dal metodo: dimostra che abbandonare il sostegno pubblico non equivale al collasso previsto da chi lo difende. Il contesto: quando nel 1973 il Regno Unito entrò nella Comunità Economica Europea, la Nuova Zelanda perse l’accesso privilegiato al suo principale mercato di esportazione, e negli anni Settanta il governo rispose moltiplicando sussidi, agevolazioni fiscali e sostegno ai prezzi — al punto che quegli aiuti arrivavano a costituire oltre il 30% del valore della produzione, e nei comparti ovino e bovino fino al 40% del reddito lordo di alcuni agricoltori: un modello di sostegno per numero di strumenti (prezzi minimi garantiti, pagamenti per capo o per ettaro, sussidi su fertilizzanti, trasporto e credito) non troppo lontano, nella sua logica, dalla PAC europea. Nel 1984 il governo laburista guidato da David Lange (le riforme note come «Rogernomics») eliminò in un colpo unico sussidi, agevolazioni fiscali e sostegni al prezzo. Il settore, che molti davano per spacciato, si ristrutturò invece rapidamente: entro il 1990 l’agricoltura neozelandese era diventata il settore agricolo più deregolamentato al mondo, l’unico fra i paesi sviluppati totalmente esposto ai mercati internazionali senza rete di protezione.

Il dato più netto riguarda le pecore, allevate in buona parte, per incassare il sussidio piuttosto che per il mercato: il numero di capi raggiunse il picco storico di 70 milioni nel 1982 e crollò a circa 39 milioni già nel 1987, tre anni dopo la riforma, per poi continuare a scendere nei decenni successivi (29 milioni nel 2015, sotto i 25 milioni nel 2023, 23,3 milioni nel 2024 — anche se queste ultime cadute, secondo la stessa fonte, dipendono più dalla conversione dei terreni a foresta e ai crediti di carbonio che dall’eredità diretta della riforma). Un case study della Convenzione sulla Diversità Biologica aggiunge un dettaglio coerente con il punto sulla biodiversità (sezione 3): la rimozione comprese anche i sussidi al disboscamento e alla messa a coltura di nuovo terreno, che fino ad allora avevano premiato la distruzione di habitat naturali.

7. Il metodo: misurare la qualità, non più il prezzo unico

Oggi sappiamo, direi ci vantiamo, che il livello qualitativo è diverso all’interno di ciascuna materia prima. Certo, c’è chi vanta solo la propria nazionalità, o la regionalità, insomma il limite geografico. Meglio sarebbe parlare di terroir, se sapessimo di quali fattori parliamo e di quali metaboliti coinvolti. Però c’è il modello prosciutto crudo, oltre al vino che, stranamente, anche in questo momento di crisi, è quello che meglio ci indica la strada. Sappiamo che le cantine sono piene e da più parti si parla di estirpare migliaia di ettari di vite. Cotarella, l’enologo più famoso, ha dettato la sua strategia: abbassare le rese e aumentare la qualità. Ecco, oggi la ricerca ci va sempre più dimostrando che la resa è il primo fattore di regolazione del livello qualitativo. E poi c’è la qualità del suolo. E conosciamo anche i metaboliti che determinano la differenza: i polifenoli, i lipidi polari non lineari, i polichetidi. E, a prescindere, se tutto questo non dovesse bastare, si possono e si devono cercare altre strade, perché la vecchia, e purtroppo la prossima programmazione UE, non serve più. È pericolosa, altre aziende moriranno e così via. Se non ora quando!

8. Che fare, ma soprattutto, chi scaglierà la prima pietra?

I produttori si lamentano di produrre in perdita, chiedono più aiuti, i consumatori sono stanchi di certificare l’atonalità del cibo, la montagna si  svuota, l’omologazione è nell’ordine delle cose, ma nessuno dei protagonisti accenna ad una qualche proposta. In fondo, Platone, con il uso mito della caverna, ci aveva messo in guardia: chi sta nella caverna, non ha nessuna intenzione di uscirne. Nella caverna ci sono i produttori, il mondo della ricerca, il mondo della gastronomia. E forse una parte dei consumatori, quelli che non si pongono alcun problema sul cibo, che mangiano perché bisogna pure nutrirsi, senza porsi problemi su un possibile livello qualitativo di quello che c’è sulla tavola. Restano quei, pochi o molti, consumatori esigenti, o meglio, curiosi        e attenti verso prodotti che sono l’espressione di un territorio, della sua storia ma soprattutto della sua localizzazione: altitudine, latitudine, escursione termica. La complessità e diversità del cibo è tutta lì, in quelle varianti. E di cibo di gran livello ce n’è tanto come tanti sono i consumatori di questo tipo. E allora bisogna che si incontrino, che si interfaccino perché solo così il produttore potrà smettere di produrre e vivere sperando che qualcuno intervenga in suo soccorso. Il metodo per valutare il livello del cibo ormai è disponibile, un modello, quello della Nuova Zelanda c’è, dobbiamo solo attivare azioni e meccanismi per informare i nostri privilegiati consumatori che un’agricoltura e una gastronomia diversa è possibile ed è a portata di mano