I CONSUMI DIMINUIRANNO, DOVREMMO RIDURRE LA PRODUZIONE.

1832

È ORA DI CAMBIARE I DISCIPLINARI DI PRODUZIONE DEI PRODOTTI A MARCHIO EUROPEO.

di Roberto Rubino

Pare che non ci siamo molti dubbi in proposito: i consumi alimentari sono destinati a riallinearsi verso il basso!

Giusto o sbagliato che sia, il mondo agricolo è obbligato a mettere questo problema al primo posto della propria agenda, se ne ha una.

Ma poi, chi è il mondo agricolo, a chi possiamo o dobbiamo pensare?

Dovrebbero essere i produttori, ma sappiamo che la stragrande maggioranza è presa da urgenze quotidiane ben più cogenti e inderogabili, non c’è tempo nemmeno per pensare a vendere meglio il proprio prodotto.

EsportazioneE allora ci dovrebbero essere le Organizzazioni Professionali, che in effetti dominano il settore e in pratica decidono anche le politiche agricole del paese e, in parte, della EU.

Ma la reazione che hanno avuto dopo il Coronavirus non lascia ben sperare.

Tutte, in Italia nei paesi colpiti dall’epidemia, si sono affrettate a pubblicizzare ai quattro venti e con tutti i mezzi possibili: comprate locale, italiano, francese, lituano, messicano, australiano.

Insomma, evviva l’autarchia e così risolviamo tutti i problemi.

Ma, ammesso e non concesso che questa politica potesse funzionare, noi siamo un paese che vive soprattutto di esportazione.

A chi vendiamo i nostri prodotti, autarchia sempre e comunque?

Ma, alla quasi certa riduzione dei consumi, dobbiamo aggiungere che ogni anno, negli ultimi decenni, la produzione è stata sempre in aumento, con un andamento medio di oltre il 2%.

Fino a qualche mese speravo che il mondo della ristorazione avrebbe potuto esercitare una qualche pressione nello stimolare i produttori ad elevare il livello qualitativo delle materie prime.

Formaggio Italiano Ma vista la crisi attuale del settore, se ne potrà riparlare fra qualche anno. E allora chi e soprattutto cosa?

Partiamo da cosa.

Per ridurre l’offerta le strade sono due, anzi una: abbassare i livelli produttivi e/o ridurre il numero delle aziende.

Ma resta valida solo la prima soluzione perché sappiamo che, nonostante che nell’ultimo decennio sia scomparso il 70% delle aziende, la produzione è in costante aumento.

Quindi occorre ridurre i livelli produttivi.

Ma, salvo pochi casi isolati che per ragioni diverse scelgono di ridurre almeno i costi dei mangimi o dei concimi, ottenendo anche un aumento del livello qualitativo del prodotto, non possiamo immaginare che basti una parola d’ordine di questo tipo perché tutti si incamminino in questa direzione.

Allora qui ci vuole l’intervento dello Stato. Sappiamo che ormai la politica agricola si fa a Bruxelles, ma le proposte che vorrei fare attengono e riguardano strutture nazionali.

  1. Cambiare subito ed in maniera veloce i disciplinari di produzione di tutti i prodotti a marchio, ivi compresi quelli del biologico. In tutti va inserita una sola voce: il massimo di produzione consentita che, naturalmente, deve essere più bassa di quella media di quel determinato disciplinare.Inoltre, se si scrive che, per un determinato formaggio, la produzione delle vacche non deve superare i 30 litri giornalieri, bisogna individuare il fattore che ne determina quel livello e indicarne l’asticella. Faccio l’esempio del Latte Nobile. Il disciplinare prevede un rapporto foraggio/concentrato di 70/30. Sappiamo che con quel rapporto se una vacca supera il 20 litri al giorno c’è qualche problema e scattano i controlli. In Francia la stragrande maggioranza dei disciplinari dei formaggi prevede un limite massimo della quantità di mangimi per capo di 1800 kg all’anno. E questo basta per tenere basse le produzioni. Oppure, se gli animali stanno al pascolo, l’Ossau Iraty, un pecorino dei Pirenei, prevede che una pecora deve produrre al massimo 300 litri per lattazione. E lo stesso potrebbe valere per i vegetali. Si riducono i concimi e si abbassano le produzioni. Lo stesso dovrebbe valere per il biologico perché, è vero che la tecnica di produzione è controllata, ma non c’è mai scritto chiaramente che le rese devono essere più basse. Spesso lo sono, ma non necessariamente. Bisogna renderle obbligatorie.  Ora sappiamo che per cambiare un disciplinare ci vogliono anni, ma siamo in emergenza e i tempi, almeno a livello nazionale, potrebbero essere veloci. A questo punto, visto che è obbligatorio, tutti dovranno rassegnarsi a ridurre le produzioni e lo faranno volentieri dal momento che riguarderà tutti.  La riduzione dei costi coprirà la riduzione dei ricavi, anche se la qualità certamente si alzerà? Probabilmente nel lungo periodo sì, nel breve forse si potrebbe pensare a qualche incentivo attraverso forme che non sta a me indicare. Che strumenti ha il Mipaf, il nostro ministero dell’agricoltura, per convincere i produttori? Negli ultimi due decenni, i Consorzi dei più diffusi e importanti formaggi italiani sono andati al Ministero con il cappello in mano per chiedere un aiuto per svuotare gli impianti di stagionatura. E stiamo parlando di oltre il 60% della produzione nazionale. La risposta si è sempre concretizzata in cifre che vanno dai 10 ai 40 milioni di euro a cadenza di due, tre anni. Con risultati nulli se non per un aiuto mascherato ma concreto verso il settore. Ora il Mipaf potrebbe dire: le stesse somme le metto a disposizione se voi cambiate i disciplinari. In questo modo però si avrà una riduzione della quantità e un notevole aumento della qualità. Si spendono sempre gli stessi soldi, ma in maniera più democratica e con risultati più eclatanti e tangibili: un notevole miglioramento della qualità.
  2. E poi c’è la questione dei controlli. In condizioni normali i controlli, per molti, sono un ostacolo perché restano comunque onerosi. Invece bisognerebbe renderli più efficaci, anche per disinnescare quell’arma sempre puntata di certa stampa che per colpire quei pochi che sbagliano, fa di tutta l’erba un fascio e incrina continuamente l’immagine dell’intera agricoltura. Renderli più efficaci non significa renderli più complicati come piace alla burocrazia. Oggi i disciplinari sono un coacervo di norme la gran parte ininfluenti e senza senso, tanto che se un ente di Certificazione volesse controllare tutto quello che c’è scritto in un disciplinare, nessuno aderirebbe al marchio. Faccio un altro esempio. Se per ottenere quel livello qualitativo stabilito io devo abbassare i mangimi, mi basta controllare quel consumo, e il risultato deve essere quello atteso. Più o meno la stessa cosa che fanno nel mondo del vino, con la differenza che non ci sono quote da rispettare. E poi, non so come, ma questi controlli, almeno per un paio d’anni, dovrebbero essere gratis per il produttore.
  3. Campagna promozionale seria, non agiografica, non ridondante, non falsa come capita ancora adesso di vedere, con Consorzi che promuovono il formaggio facendo vedere animali al pascolo mentre i consorziati gli animali li tengono sempre alla stalla. Bisogna far capire al consumatore che il prezzo deve essere correlato al livello qualitativo e non alla qualità, perché tutti fanno qualità ma il livello è diverso. Quindi se la vacca farà dieci litri al giorno il prezzo di quel latte deve essere superiore a quello della vacca che fa 20 litri e ancora di più di quella che fa 30. Dobbiamo informare i consumatori di tutto questo e poi ciascuno si regolerà in funzione delle proprie necessità, del proprio palato e della propria tasca.