IL LATTE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS.

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LE VACCHE RESTANO IN STALLA. PURTROPPO. PERCHE’ I PASCOLI SONO SPARITI. MA SE NON VOGLIAMO VERSARE IL LATTE SARA’ MEGLIO RIDURNE LA PRODUZIONE. Come? Eliminando o riducendo fortemente i mangimi!

E il latte andò in crisi.

C’era da aspettarselo, se limiti gli spostamenti, scoraggi ad uscire di casa, poi impedisci di uscire di casa, che una catena produttiva basata su un trasferimento quoditiano del latte dalla stalla all’imbottigliamento o al caseificio, avrebbe avuto serie difficoltà di sopravvivenza.

È vero che in questi giorni si è parlato solo di coronavirus, di morti e di contagi e che tutto il resto è sparito, ma non abbiamo sentito una sola voce urlare per richiamare l’attenzione sul problema.

Oggi, 12 marzo, circola in rete la lettera del Presidente dell’Assolate, che rappresenta l’industria lattiero-casearia, ai presidenti delle Organizzazioni professionali, che rappresentano i produttori, per chiedere loro di attivarsi per trovare una soluzione.

Strano vero?

Dovevano essere i produttori a chiedere agli industriali, che non ritirano o ritirano in misura minore il latte, di assicurare il rispetto dei contratti. Invece silenzio o nessuna proposta.

Come mai?

Una spiegazione potrebbe essere che oggi nessuno ha copertura mediatica, Salvini docet.

L’altra, che un settore basato sul modello unico, su un sistema che vuole, pretende, impone che la macchina debba correre sempre di più, che bisogna ridurre i costi, aumentare la produttività per tenere bassi i prezzi, alla fine è talmente debole da non riuscire nemmeno ad immaginare modelli doversi.

Quindi, ogni giorno si deve produrre la stessa quantità di latte, che i caseifici cercheranno di trasformare in formaggi da stagionare, che a loro volta andranno ad ingolfare il mercato al momento della messa in vendita.

C’è un’altra strada, al di là di quella, pur necessaria, di risolvere problemi legati all’emergenza?

Si può ragionare sul lungo periodo, si può approfittare di questa sosta per immaginare un altro modello di allevamento? Provo a proporne uno.

Latte e fieno C’è troppo latte, che significa anche molto lavoro, costi enormi per i mangimi che servono, a produrre quelle quantità spropositate e costi sanitari altissimi perché quell’alimentazione non è proprio salutistica.

Bene, se i mangimi sono l’elemento chiave del modello intensivo, che è poi anche quello più elastico, nel senso che ne potremmo fare tranquillamente a meno, allora perché non usiamo quella leva per risollevare il mondo del latte?

Abbassiamo, riduciamo, annulliamo dove è possibile i mangimi. Lo so, tutti gli addetti ai lavori staranno dicendo che non si può, che una Ferrari non può andare piano, che quella macchina animale è perfetta ma troppo fragile per sopportare cambiamenti drastici nell’alimentazione.

Ma chi l’ha detto? Questo luogo comune lo sento da quando mi sono laureato, 1974. Ma nessuno mai l’ha sperimento.

Luoghi comuni che non hanno nessun fondamento. E comunque, sempre meglio che chiudere. Se riduciamo al massimo i mangimi, l’effetto immediato sarà quello di produrre meno latte.

Diciamo passerà da 50 litri a 20 nel giro di un mese. Risolto il problema dell’eccedenza.

Nel frattempo, l’animale starà meglio, non avrà bisogno di cure veterinarie. Quindi, si risparmia sui mangimi, e molto, si risparmia sulle spese sanitarie e, soprattutto, il livello qualitativo farà un balzo in avanti di molto.

A quel punto l’industria capirà che, forse, usando un buon latte potrà migliorare l’offerta, potrà smetterla di fare stupide pubblicità per trattenere i consumatori, potrà acquisire fasce di consumatori che non si rassegnano a mangiare le solite banalità.

E pensate, tutto questo avverrebbe senza stare sempre lì con il cappello in mano a chiedere aiuto.

modellli che funzionano
Ecco due modelli che funzionano

Per la prima volta ciascuno sarà padrone del proprio destino. Si farà? Non credo, La macchina da corsa non può rallentare. Anche a costo di andare diritta contro un muro.