Non c’è un allarme cinghiali. Il problema è la sua gestione.

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Cinghiale (Sus scofa)

di Sabatino Troisi*

Nell’immediato dopoguerra il cinghiale, c.d. maremmano ( Sus scrofa majori), era presente in numero limitato solo in alcune regioni: Toscana (Parco Naturale della Maremma, San Rossore, Castel Porziano), basso Lazio, Campania (Persano, residenza di caccia di Ferdinando II), Gargano e in parte tra Basilicata e Calabria (nell’attuale area del Parco Nazionale del Pollino). Inoltre la specie era diffusa in Sardegna (Sus scrofa meridionalis). Nel 1919 alcuni gruppi di cinghiali provenienti dalla Francia arrivarono prima in Piemonte e poi in Liguria.

Allevamento di cinghiali per ripopolamento venatorio, striato con evidente colorazione riferibile ad ibridazione con il suino domestico
Allevamento di cinghiali per ripopolamento venatorio, striato con evidente colorazione riferibile ad ibridazione con il suino domestico

La carenza di selvaggina determinata anche dalla seconda guerra mondiale, spinse negli anni ’50 i cacciatori di alcune regioni, come la Toscana, ad avviare delle pratiche di ripopolamento immettendo cinghiali provenienti da Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia.
Si trattava di cinghiali di grosse dimensioni, maschi abbondantemente oltre i 150 Kg e femmine capaci di partorire e crescere dagli 8 ai 13 cuccioli.
Nel corso degli anni nel mondo venatorio italiano si diffonde la passione verso questa specie e la relativa tipologia di caccia, la braccata.
Arriviamo così alla fine degli anni ’80 dove sono poche le province italiane non interessate dalla presenza.
Il “maremmano” molto più piccolo, il maschio difficilmente superava i 60 Kg, la femmina adulta non più di 40 kg, allevava in media dai 3 ai 4 cuccioli, viene completamente sostituito da questa nuova sottospecie.
Grazie anche a soggetti provenienti da allevamenti diffusi allora su tutto il territorio nazionale, oggi ci troviamo in presenza di una popolazione largamente ibridata col maiale domestico, causa di maggiore prolificità.

Anni ’90 allevamento di cinghiali per ripopolamenti venatori. Basilicata
Anni ’90 allevamento di cinghiali per ripopolamenti venatori. Basilicata

L’elevata densità della specie sta provocando un impatto senza precedenti su agricoltura, biodiversità e sicurezza stradale.
Milioni di euro ogni anno vengono impegnati per indennizzi o risarcimenti.
Cosa fare per gli agricoltori?
Innanzitutto garantire uniforme ed efficace assegnazione degli indennizzi indipendentemente dall’Ente territoriale di competenza: Parco Nazionale, Parco o Riserva Regionale, Settore Tecnico in Agricoltura (STP).
Fare in modo che gli indennizzi siano quanto più possibile correlati al danno reale ed erogati in tempi brevi.

Prato pascolo naturale distrutto dalle “grufolate
Prato pascolo naturale distrutto dalle “grufolate

Introdurre il principio, ampiamente suggerito dall’Unione Europea, di poter accedere all’indennizzo solo nel caso si sia utilizzato uno o più “metodi ecologici di protezione”.
Bisogna anche sapere che gli indennizzi vengono assommati al “de minimis” (Regolamento CEE1408/2013) pari a 15.000 euro accumulabili in tre anni.
Invece per le specie protette, quindi anche il cinghiale presente in aree protette, le modalità di erogazione delle somme dovute a titolo di risarcimento devono tener conto di quanto previsto dal “para-grafo 1.2.1.5 degli Orientamenti dell’Unione Europea per gli aiuti di Stato nei settori agricolo e forestale e nelle zone rurali 2014—2020” che, oltre alla non applicazione del “de minimis”, stabilisce come l’intensità dell’aiuto possa raggiungere il 100% dei costi ammissibili.
I metodi ecologici di protezione si differenziano, per l’efficacia, a seconda delle colture e dell’orografia dei territori. Il loro finanziamento può essere a fondo perduto e predisposto, come già previsto in Campania e in altre regioni, in apposite misure collegate al PSR:
– recinzioni metalliche, sicuramente le più efficaci ma anche le più impegnative da realizzare, sia operativamente, sia economicamente;
– recinzioni mobili elettrificate, più facili da collocare ed economicamente più vantaggiose. Hanno necessità di essere manutenute costantemente. In alcune aree la formazione degli agricoltori sulla gestione delle recinzioni elettriche ha portato la loro efficacia di protezione all’80%;
– dissuasori agli ultrasuoni, sono sistemi di ultima generazione (rispetto ai vecchi sistemi rumorosi e poco efficaci) che emettono ultrasuoni fastidiosi per i cinghiali;
– repellenti chimici, hanno una breve durata. Agiscono come sostanze direttamente irritanti per contatto o per l’emissione di odori sgradevoli all’animale;
– Recinzioni individuali, denominate “shelter”, sono delle misure di protezione specifiche per alcuni tipi di colture (protezione di nuovi impianti di frutteti, uliveti, vigneti, ecc.). Il loro utilizzo riferisce a tecniche ben precise;
– realizzazione di colture a perdere, si tratta d’interventi più complessi che possono riguardare aree marginali, pubbliche o private, di diversa superficie su cui creare un’offerta alimentare alternativa. In genere se utilizzate da sole non danno margini ampi di sicurezza.
Oltre alle misure di prevenzione testé descritte, sarebbe opportuno che nelle aree a caccia programmata, in prossimità di aree agricole di particolare interesse e valore, la caccia al cinghiale non fosse praticata con tipologie come la “braccata” che, soprattutto se mal gestita, può portare ad un aumento della pressione della specie sulle aree agricole circostanti.
Il cinghiale è specie nomade e si sposta in base alle necessità come sete e fame, ma anche in seguito ad un forte disturbo antropico come la braccata.
E’ noto come la “braccata” effettuata ai limiti delle aree protette vada a determinare il c.d. effetto “spugna”.
Ovvero i cinghiali sotto la pressione venatoria si rifugiano nell’area protetta fino a quando, sospesa la caccia, ritornano a ripopolare i territori da cui si erano allontanati.
Se, nonostante le misure di prevenzione attuate, l’incidenza dei danni risulta elevata si può ricorrere al controllo diretto sulla popolazione attraverso metodi di prelievo che, sostanzialmente, prevedono l’eliminazione fisica di un numero definito di capi stabilito dal rapporto che si determina tra densità della specie e danni registrati, DAF (Densità Agro Forestale).
Questo tipo d’intervento necessità di una programmazione ben definita attraverso specifici piani di prelievo sul numero di soggetti da abbattere tra maschi e femmine nelle diverse classi d’età.
Le operazioni devono essere affidate a cacciatori formati appositamente ed iscritti all’albo “dei cacciatori di ungulati con metodi selettivi”, della regione di appartenenza.
La possibilità di raggiungere dei risultati soddisfacenti può essere verificata solo dopo 2-3 anni di attività con controlli annuali della popolazione (censimenti) e dei danni registrati.
Viene spontaneo chiedersi se la caccia è di per se uno strumento idoneo al controllo.
Evidentemente no! Perché se fosse solo una questione di quantità il problema sarebbe già risolto considerando l’importante numero di capi che vengono abbattuti in ogni stagione venatoria. La questione è che la caccia non selettiva, come la diffusa braccata, si è dimostrata destrutturalizzante nella popolazione in questione.
Con l’uccisione, casuale, delle matriarche (le femmine anziane riproduttive che inibiscono i calori delle femmine sub-adulte) si rende possibile l’accoppiamento e la riproduzione delle femmine al primo calore, intorno agli otto mesi, non più inibite dall’assenza delle matriarche.
Questa situazione configura, come dimostrato, un conseguente aumento della stessa popolazione!
E’ quindi evidente che la gestione del cinghiale non può prescindere da una più attenta pianificazione e programmazione dell’attività venatoria che, per questa specie, dovrebbe essere indirizzata verso forme di caccia di selezione, come in alcune regioni già si sta facendo (es.:Liguria, e Piemonte).
Poi vi sono le aree protette, Parchi Nazionali, Parchi e Riserve Regionali, e quelle con divieto di caccia, Oasi di protezione e Zone di Ripopolamento e Cattura, dove i cinghiali trovano rifugio e sono presenti anche in numero consistente, provocando altrettanti danni a colture agrarie, a specie animali e vegetali d’interesse comunitario (danno ecologico) e a persone o cose (incidenti stradali, ecc.).
Mentre le aree protette nazionali e regionali ricadono sotto la legge quadro 394 del 6 dicembre 1991, modificata dalla legge n.426 del 9 dicembre 1998, le Oasi e le ZRC sono istituite dalla legge 157 del 1992 (impropriamente definita legge sulla caccia) e le relative leggi regionali.
Anche nelle aree protette, nel caso che i “sistemi di prevenzione ecologici” non risultino efficaci ai fini del contenimento dei danni all’agricoltura, si può intervenire attraverso forme di prelievo per il contenimento della popolazione: “…. in deroga al divieto di cattura, uccisione, danneggiamento e disturbo delle specie animali, […] eventuali prelievi faunistici ed abbattimenti selettivi necessari per ricomporre squilibri ecologici accertati dall’Ente parco. Prelievi e abbattimenti devono avvenire per iniziativa e sotto la diretta responsabilità e sorveglianza dell’Ente parco ed essere attuati dall’Ente parco o da persone all’uopo autorizzate dall’Ente parco stesso”, legge n. 426 del 9/12/1998 art. 11 comma 4.
La stessa norma, all’art. 22, comma 6, prevede anche per le aree naturali protette regionali di ricorre-re alle stesse forme di prelievo e controllo.
Il prelievo programmato può essere effettuato attraverso abbattimenti diretti o mediante cattura con l’uso di “chiusini” (sistemi specifici per la cattura dei cinghiali) fissi o mobili e da personale formato e appositamente autorizzato: i “coadiutori”.

Cinghiali in cattura. Chiusino fisso.
Cinghiali in cattura. Chiusino fisso.

I coadiutori sono sostanzialmente dei cacciatori professionalizzati con appositi corsi a poter operare in aree protette (Giunta Regionale della Campania, Decreto Dirigenziale n.19 del 18/01/2017 – Disciplinare Regionale per Cacciatori di Ungulati con metodi selettivi).
Anche i coadiutori devono essere iscritti in un apposito registro della regione di appartenenza. I coadiutori non autorizzati allo sparo possono operare attraverso le catture con i chiusini.
Per esempio: “agricoltori coadiutori” singoli e/o associati possono gestire un certo numero di siti di cattura in base ai piani che ogni Ente stabilisce e alle relative linee guida regionali in materia (Regio-ne Campania – Direzione Generale delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, “Linee guida per la cattura di cinghiali con l’uso di chiusini”).
Che fine dovrebbero fare i cinghiali abbattuti e quelli catturati?
Diciamo subito che i cinghiali catturati possono essere venduti, con apposite procedure previste per legge, ad “agriturismi faunistici venatori” o ad “aziende faunistico venatorie”.
Altrimenti possono essere avviati, come quelli abbattuti in selezione, alla macellazione e ai relativi Centri per la Lavorazione della Selvaggina (CLS), successivamente ai Centri di Sezionamento della Selvaggina (CSS).
Tutto questo è previsto e articolato nei “Regolamento CEE 853 e 852 del 2004” . La filiera della carne di cinghiale è una possibilità reale attuabile sia in aree protette, sia in zone di caccia programmata.
Tra l’altro, per le sue carni, molto richieste dai ristoratori, il cinghiale è già tra la specie più bracconate, dentro e fuori le aree protette.
Condizione che si concretizza in una circolazione illegale di carni che, al contrario di una filiera organizzata, non sono sottoposte a nessun tipo di controllo sanitario.
La questione non è da poco e dovrebbe preoccupare molto, istituzioni e consumatori, considerando che nei cinghiali abbattuti e controllati si sono riscontrati diversi patogeni assolutamente problematici per la salute umana, come: epatite E (una zoonosi sempre più riscontrata a livello nazionale), brucella, tubercolosi, listeria, toxoplasma, trichina, echinococco, ecc..
Questa, apparente, lunga disamina è nella sostanza una sintesi estremamente ridotta rispetto a quanto presente in letteratura di ogni argomento citato: ricerche, studi, norme europee, leggi nazionali e regionali, linee guida per la gestione della specie, piani regionali e via dicendo; insomma, il cinghiale è sicuramente tra le specie più studiate, con tutti gli approfondimenti e le considerazioni sulle possibili implicazioni che la sua presenza può determinare a diversi livelli.
Ciò nonostante, i “mass media” continuamente riportano di “emergenze cinghiale” un pò ovunque nel paese e di necessari piani “straordinari d’intervento”!
Viene facile da pensare che interessi diversi, a diversi livelli, condizionino fortemente le scelte necessarie ad una corretta gestione del cinghiale nelle diverse realtà territoriali, evidenziandosi più posizioni di tipo politico, piuttosto che tecniche!

*Sabatino Troisi
Medico Veterinario – Istituto di Gestione della Fauna (IGF) – www.gestionefauna.com

Photo Credits: Sabatino Troisi