VITTORIA DI PIRRO PER L’AGRICOLTURA!

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Etichetta latte italiano

È entrato in vigore il regolamento che obbliga l’indicazione del luogo di origine delle materie prime. Tutti gridano vittoria, ma il danno sarà largamente superiore al semplice senso di soddisfazione che si potrà ricavare nell’immediato.

di Roberto Rubino

Dal 1° aprile è entrato in vigore il Regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 della commissione relativo “alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, per quanto riguarda le norme sull’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento. In particolare, il regolamento dispone che l’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o luogo di provenienza reali dell’alimento finale in questione, specialmente se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza”.

Questa legge è stata voluta con forza da tutte le organizzazioni professionali degli agricoltori e dagli stessi addetti.

Forse è la prima volta che c’è unanimità fra le organizzazioni professionali, i loro iscritti e anche quelli non iscritti.

Tutti contenti quindi, ma come sempre, quando c’è una maggioranza “bulgara” c’è da essere preoccupati.

Provo a pormi le stesse questioni del soldato di Novalis che si chiedeva come mai il battaglione marciasse al passo contrario al suo.

L’Italia ha la bilancia dei pagamenti in attivo grazie anche alle esportazioni dell’agroalimentare.

Quindi noi dobbiamo esportare.

Ma non riusciamo a produrre tutto quello che esportiamo sia perché abbiamo una forte industria di trasformazione e sia perché il territorio agricolo non è sufficiente.

Quindi, abbiamo bisogno di importare materia prima e di esportare questi prodotti trasformati.

Aggiungo che ad essere contenti non sono solo i produttori italiani, ma anche quelli francesi, tedeschi, ecc.

Tutti insomma incitano i propri concittadini a consumare prodotti nazionali.

Quindi, ammesso che  questa legge facesse aumentare il consumo nazionale, va da sé che diminuiranno le esportazioni, con relativa crisi di quegli stabilimenti che ritirano anche materie prime italiane.

Ma perché sono tutti contenti?

Perché i produttori sperano che il consumatore, fra le motivazioni all’acquisto, metta al primo posto l’amor patrio.

Mi permetto di fare solo due osservazioni.

La prima riguarda l’amore patrio.

Lasciamo da parte la certezza che persino chi chiede che si acquisti italiano, nel momento in cui è egli stesso consumatore, non sta certo lì a vedere se quel prodotto è nazionale o estero.

Basta vedere le macchine o gli orologi o le lamette o anche la frutta esotica che c’è in giro.  Ma restiamo sul nazionalismo.

I produttori sperano di vendere solo perché il prodotto è italiano. Fossi io produttore, mi sentirei offeso se un consumatore acquistasse mele o latte, o fagioli, a cui ho dedicato tanto tempo e passione solo perché parlano italiano.

E la professionalità, la cultura, la tecnica, la tensione che i produttori hanno profuso e profondono tutti i giorni che fine fanno?

Tutti uguali, tutti bravi, anche perché il prezzo delle materie prime è uguale per precisa scelta delle Organizzazioni professionali.

Se a questo aggiungiamo che l’agricoltura è parzialmente o, in alcuni casi, abbondantemente foraggiata da aiuti pubblici, a me questa legge richiama sempre alla mente l’immagine di un’agricoltura che sta sempre con il cappello in mano.

Ma se ci pensate, questo è l’effetto del prezzo unico; è esattamente l’altra faccia della stessa medaglia: vuoi il prezzo unico della materia prima, e allora ti devi accontentare di vendere il tuo prodotto in maniera anonima, nessun legame con la qualità, nessun riconoscimento alla professionalità.

Ma la filiera è molto lunga e il produttore o le organizzazioni professionali ne sono solo una parte.

Mettiamoci nei panni dell’industria, che è quella che ritira il latte, la carne, il grano, ecc. E facciamo l’esempio di un caseificio o di un pastificio.

L’industria ha due strade: o miscela le materie prime e deve mettere sull’etichetta:” origine EU o Extra EU o mista” oppure deve separare le linee di produzione aumentando i costi. Ammettiamo che separi.

Se io consumatore trovo due mozzarelle fatte rispettivamente con latte italiano e latte EU, posso scegliere, anche se il prezzo è sempre uguale.

Io, che di latte capisco qualcosa, ho gioco facile, se la mozzarella è bianca la lascio, se va verso il giallo la prendo al volo.

In quest’ultimo caso, il 90 % delle volte è latte estero. Ma a me va bene, perché dovrei comprare quella mozzarella se io so essere scadente e che costa quanto quella buona?

Solo per dare una mano a quel produttore? Cioè io devo mangiare male per aiutare il produttore a continuare a produrre un latte che a me non piace? E come la mettiamo con il pastificio? Ci sono già pastifici che producono pasta con solo grano italiano o misto. Come ci regoliamo?

Non lo sappiamo, perché, e questo poi è il vero e drammatico effetto collaterale di questa cultura, non disponiamo delle chiavi di lettura del livello qualitativo. Forse solo in questo caso io potrei scegliere italiano.

O meglio, a livello personale io so che gran parte del grano italiano è di qualità, ma non lo sanno nemmeno i produttori o i pastai, perché tutti si regolano sulla proteina, che non ha alcuna influenza sul livello qualitativo.

Quindi, a me consumatore una etichetta di questo tipo non serve. Vorrei che le poche parole che venissero riportate mi aiutassero a cogliere il livello qualitativo del prodotto.

Per esempio, la resa per ettaro per quanto riguarda i vegetali e l’alimentazione degli animali per quanto riguarda latte e carne.

Etichetta latte animali al pascoloCari produttori, chiedete l’eliminazione del prezzo unico per la materia prima.

A ciascuno il suo prezzo. Voi otterrete un compenso adeguato ai vostri sforzi e i consumatori potranno scegliere in base al livello qualitativo e non alle chiacchiere che ci vengono raccontate tutti i giorni.